giovedì 7 maggio 2009

Ultras Resistiamo!


Gesto straordinario dei fratelli cosentini che non ha bisogno di nessun ulteriore commento!
Onorati di questo gemellaggio!

domenica 3 maggio 2009

Eroi sto cazzo!

Afghanistan, il convoglio ha incrociato una Toyota Corolla che non si è fermata all'alt
Lo zio della vittima era al volante: "Non abbiamo visto il blindato perché pioveva"

Herat, militari italiani sparano
Uccisa bimba di 13 anni, tre feriti

Rosato, parlamentare Pd, era a Herat: "Hanno sparato ma non si sono fermati"
di BRUNO PERSANO


Herat, militari italiani sparano Uccisa bimba di 13 anni, tre feriti

La Toyota colpita dai militari italiani

HERAT - Una bambina afgana di 13 anni è morta uccisa dai colpi di mitragliatore sparati da un blindato italiano di pattuglia nella zona occidentale dell'Afghanistan. Secondo l'Esercito, la macchina non si è fermata all'alt dei militari; secondo lo zio della bambina uccisa, al volante dell'auto, stamane pioveva molto in quella zona e se non si è fermato è perchè ha "visto le luci quando era troppo tardi".

Viaggiavano per assistere ad un matrimonio. La famiglia di afghani stava andando ad Herat per assistere ad un matrimonio. Viaggiavano, lo zio, la bambina ed altre tre persone rimaste ferite, su una Toyota Corolla, una delle macchine maggiormente segnalate come possibili autobomba, lo stesso modello di auto sulla quale sedevano Nicola Calipari e la giornalista Giuliana Sgrena, quando una raffica partita da un blindato americano uccise il funzionario dei Servizi segreti ad un check point sulla strada per l'aeroporto di Bagdad, il 4 marzo 2005.

La ricostruzione dell'Esercito. Secondo la ricostruzione del generale Rosario Castellano, comandante del contingente, una pattuglia italiana composta da tre mezzi ha incrociato l'auto che procedeva in senso opposto alle 11 ora locale, a quattro chilometri a sud di Camp Arena, la base dove ha sede il comando regionale della zona ovest dell'Afghanistan. La pattuglia italiana ha adottato le procedure previste: avvertimento con la mano, con un grido, lampeggiando con gli abbaglianti, infine sparando colpi in aria. Ma la Corolla ha continuato a procedere a forte velocità verso la pattuglia italiana. Giunta a meno di dieci metri dal blindato italiano, il mitragliere ha fatto fuoco prima sul terreno poi contro la vettura.

"Non ho visto il blindato per colpa della pioggia". Lo zio della bambina, Ahmad Wali, era alla guida del veicolo ed è rimasto ferito dai vetri infranti: "Pioveva e la visibilità era molto scarsa: all'improvviso, ho visto delle luci davanti a noi ed è apparso un convoglio di soldati stranieri", ha detto Wali. "Quel che ho visto subito dopo è stato che la metà della faccia di mia nipote era scomparsa, che sua madre era ferita al petto e che il mio volto era macchiato di sangue a causa delle schegge".

Le foto della macchina
. Le foto diffuse dalle agenzie, mostrano il sedile posteriore della Corolla dove sedeva la bambina macchiato di sangue, ma soprattutto, mostrano il lunotto posteriore dell'auto infranto ed un foro sul montante del portellone posteriore come se il colpo fosse stato esploso quando la macchina aveva già superato il blindato. Il parabrezza anteriore della Corolla, per quanto è possibile vedere dalle immagini, sembra intero.

Inchiesta della Procura militare di Roma. I carabinieri di stanza ad Herat hanno inviato alla Procura militare di Roma, competente ad indagare su fatti che coinvolgono soldati italiani all'estero, un primo rapporto, mentre un'inchiesta è stata aperta anche dalla polizia afghana.

"Hanno sparato ma non si sono fermati". Ettore Rosato, parlamentare del Pd, stamane è atterrato nella provincia insieme ad una delegazione della Camera in visita in Afghanistan per incontrare le truppe e verificare gli investimenti nelle strutture civili finanziati dall'Italia. "Il generale Bertolini, capo di stato maggiore del comando internazionale Isaf in Afghanistan - riferisce Rosato - ha detto che la pattuglia di soldati non si è accorta di aver ferito alcuno. Ha incrociato la macchina, sparato e poi ha proseguito la marcia. I soldati non si sono fermati: forse è una consuetudine da seguire in casi del genere. Sta di fatto che la notizia della morte della bambina è arrivata parecchio tempo dopo al comando. Di certo, morti come queste fanno soffrire molto e allontanano il raggiungimento della pace. Posso testimoniare che grande importanza viene riservata dai nostri militari ai rapporti con i civili - ha detto Rosato - ma non possiamo dimenticare che qui in Afghanistan siamo in guerra".

Il cordoglio di Frattini e La Russa. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha espresso il suo profondo dolore per il destino di vittime innocenti di una tragica situazione che, purtroppo, estremisti e terroristi hanno creato in quel Paese. "Dolore e rammarico" è stato espresso anche dal ministro della Difesa Ignazio La Russa.

(3 maggio 2009) www.repubblica.it

martedì 7 aprile 2009

Un film per Carlo ed Edo

ROMA — Il destino di Carlo Giuliani e Edoardo Parodi è unito da una tragica fatalità che Daniele Vicari racconterà in un film. La storia di Carlo è nota, morì per un colpo esploso da un carabiniere negli scontri a Genova per il vertice del G8. Era il 20 luglio 2001. Il 2 febbraio dell'anno successivo muore il suo amico del cuore: Edoardo. Nessuno ne parlò, se non un trafiletto su un giornale di provincia. Era in Svizzera, aveva partecipato alla manifestazione no-global contro il Forum economico mondiale. Ci fu un'interrogazione parlamentare legata all'uso dei gas nervini da parte della polizia di Zurigo. Ma non c'è mai stata una relazione diretta tra la sua morte, miocardite acuta, e la manifestazione.

Il film, scritto con Virginia Borgi e Massimo Gaudioso (viene da Gomorra), girato in digitale, prodotto da Tilde Corsi (con l'aiuto di Minollo e Vivo Film) e in lavorazione da giugno, si intitola Per una volta dammi retta: corri, e riprende la scritta poetica su un muro di Genova che Edoardo aveva fatto per Carlo. Dopo l'uscita nelle sale ci sarà anche il dvd, che avrà 9 documentari, 9 percorsi individuali del G8: il poliziotto, il manifestante, il medico... «È la storia di un'amicizia, è un film intimista, non politico», dice Vicari ( Il passato è una terra straniera). L'elaborazione del lutto, il dolore della perdita, la gente che dimentica presto quel ragazzo con l'estintore e gli occhi altrettanto spaventati del carabiniere che gli sparò. «La storia di Edo è importante a prescindere dagli accadimenti del G8 e non può essere raccontata in chiave politica ma esistenziale e sociale. Genova merita un film che racconti dal di dentro ciò che accadde, ma non è questo il film». Eppure in filigrana la politica c'è: lontano anni luce dal filone giovanilista, Daniele racconta i sei mesi che separano la morte di Carlo da quella di Edoardo. Carlo si vedrà nelle immagini di repertorio del G8, Edoardo sarà un giovane attore di matrice teatrale, come tutto il cast.

Due ragazzi che militano nei no-global, i politici di professione li tengono a distanza. «Al G8 una nuova generazione si stava affacciando alla politica. Si muovevano all'insegna dello spontaneismo. La morte di Carlo, sotto gli occhi delle telecamere, raggelò questa tendenza». Daniele Vicari viene dalla classe operaia, per non entrare in fabbrica a Roma si iscrisse a Lettere. «Ho le mie idee ma non ho mai amato il cinema d'impegno politico, i film a tesi invecchiano il giorno dopo. Oggi siamo più liberi, possiamo esprimere idee radicali senza quelle dei partiti ». Carlo e Edoardo erano poco più che ventenni. Si conoscevano dalla scuola, «un'amicizia basata sull'indole anarcoide, due spiriti liberi», facevano parte degli sharp, capelli corti come gli skinheads, né di sinistra né di destra. Caratteri simili, impetuosi. Gli piaceva ridere, i giullari del gruppo che si riunisce in piazza Manin. Durante il G8 Edoardo non era a Genova. La città era invasa e decise d'andar via, di seguire il Genoa che giocava in trasferta a Como. «Venne a sapere della morte di Carlo in tv. All'inizio dissero che Carlo era spagnolo. Edo vide il corpo a terra: lo riconobbe dalle scarpe. Si sentì male. Impiegò un giorno per tornare a Genova, che era blindata. Era frustrato per non essere stato lì».

Sensi di colpa? «Probabilmente sì. Dobbiamo essere uniti, diceva agli amici, veder morire un amico di quell'età mette un senso straordinario di insicurezza. A Zurigo andò per accompagnare un amico, come per non ripetere l'errore di aver lasciato Carlo da solo. Edo non riusciva a elaborare il lutto, non riconosceva più le cose che aveva intorno, si rese conto che l'11 settembre nei media inghiottì il ricordo dell'amico, lui era bruciato dentro, prese a riempire la città di scritte. Cominciò a lavorare, consegnava pacchi nel porto. La storia di Edo è quella di un ragazzo qualunque che viene investito da un evento più grande di lui. Di notte presidiava la piazza Alimonda dove Carlo morì, divenne una specie di altare dei cittadini, faceva fatica a svegliarsi la mattina, era stanco, si tuffò nel calcio come una fuga dal mondo». Due destini da tragedia greca. Ha incontrato i genitori? «Quelli di Carlo no, li ho lasciati in pace; di Edo sì, hanno letto la sceneggiatura. Ricordano la simpatia di Edo. Ci hai fatto ridere, mi hanno detto. La cosa più bella che potessi sentire».

Valerio Cappelli

http://www.corriere.it/cinema/09_marzo_17/...44f02aabc.shtml

lunedì 6 aprile 2009

lunedì 30 marzo 2009

giovedì 26 marzo 2009

sabato 21 marzo 2009

BASTA DIVIETI

Venezia - Novara ad accesso limitato
2009 Marzo 20
http://magicovenezia.wordpress.com/venezia-calcio/notizie/

Di spettatori a Venezia non se ne vedono tanti. Ma non solo a Venezia. Gli stadi di Serie B e C sono desolantemente semivuoti. Il giro d’affari attorno al “grande” calcio (grande solo per il volume di denaro che ci gira intorno, sia ben chiaro) sta restringendo sempre più l’interesse mediatico e conseguentemente influenzando quella della gente ad un ristretto numero di competizoni e squadre (Serie A e Champions League, nel caso italiano), partite di calcio sempre meno legate alla provenienza geografica di chi le segue e sempre più incentrate sulle gesta e le parole di pochi singoli, quasi facendosi beffa del fatto che il calcio è uno sport collettivo di sua natura. Ma per ingrassare questo “grande” calcio non basta concedergli tutte le attenzioni del caso, bisogna anche sferrare colpi sempre più duri a quello delle serie “minori”. Assistiamo ogni settimana ad ingiustificate restrizioni nell’accesso agli stadi, questa settimana tocca a Venezia, di nuovo. E non è certo un accanimento contro la tifoseria lagunare, visto che i divieti colpiscono ingiustamente i supporter di svariate squadre, nella fattispecie anche quella cinquantina di novaresi che domenica avrebbero voluto seguire la propria squadra a Sant’Elena. Appare piuttosto chiaro il premeditato proggetto di ostacolare le tifoserie organizzate e lo spettacolo della partita di calcio allo stadio, qualunque essa sia la categoria, quel calcio che non consuma e non partecipa al mercato che nutre le grandi potenze finanziarie di questo mondo brutalmente capitalista, dove anche gli aspetti ludici, ricreativi e sociali della vita devono necessariamente comportare un qualche profitto pecunario per pochi potenti. Se si vuole seguire il calcio lo si deve fare in una certa maniera prestabilita, altrimenti non lo si può seguire. Eppoi questi potenti hanno paura che la gente si ritrovi e si confronti, perchè magari la triste realtà verrebbe a galla, per cui meglio che tutti se ne stiano a casa a guardare la pay tv, in attesa che gli stadi diventino centri commerciali privati e allora l’afflusso potrà tornare ad essere massiccio, portafoglio permettendo. Domenica prossima, quindi, il divieto cadrà inspiegabilmente sui tifosi arancioneroverdi residenti fuori provincia, e sui poveri volenterosi supporter del Novara ai quali esprimiamo massima solidarietà. E tutte quelle forze dell’ordine che vediamo alla domenica al Penzo, davvero non saprebbero prendersi cura di una comitiva di tifosi venuti dal Piemonte Se si, dovrebbero centinaia di persone non poter vedere una partita di calcio per la loro incapacità? Risposta: i tutori della legge hanno tradito la giustizia, lo stato non esprime più convivenza ma è solo polizia e controllo indiscreto.